Di Olivetti e dei nativi digitali

26 Mar

I miei nipoti, 23 anni i gemelli e 17 anni il più piccolo, sono dei “nativi digitali” brutto termine che sembra alludere a chissà quale razza particolare ma che sta a significare che per loro imparare a parlare e camminare è stato un tutt’uno con l’imparare a usare il pc soprattutto a navigare in internet e poi , negli ultimissimi anni, utilizzare quella appendice da tasca che è l-phone.Io. ad esempio, all’Iphone e all’Ipad ho resistito ancora e non posseggo nè l’uno nè l’altro. Il mio primo PC l’ho avuto in regalo di seconda mano da mio fratello che aveva dismesso quello dell’ufficio ed era un vecchissimo M24 Olivetti, che ho ancora in campagna in cantina, credo. O forsa mamma se ne è liberata. Aveva un processore lentissimo i dischetti erano delle lenzuola e un sistema di scrittura OTX. Windows era ancora sconosciuto all’epoca (più di venti anni fa,  mi è servito per scrivere la tesi di laurea ed ero una delle prime ai tempi ad avere un pc in casa. Fate voi!

Il primo cellulare era uno swatch blue grande come una casa che in realtà comprammo a mia nonna quando si ruppe il femore – nello stesso periodo della mia tesi di laurea – per permetterle di chiamarci e di chiamarla nei mesi che ha dovuto trascorrere in un centro di riabilitazione. L’andavamo a trovare tutti i giorni ma guai a non chiamarla prima di andare a letto per sapere se stava bene e se l’infermiera l’accudiva come si doveva. Tornata la nonna a casa, mi sono appropriata dell’apparecchio del quale me ne facevo poco o nulla perchè i miei amici non ce lo avevano. E poi all’inizio degli anni novanta esisteva ancora una categoria di giovani che considerava il possedere un cellulare una mera ostentazione di ricchezza. Passò rapidamente di moda questa considerazione 😀 quando arrivarono i GSM e  diminuirono drasticamente le tariffe.

Sembrano secoli fa, ma sono poi solo venti anni.

Tutto questo mi è venuto in mente quando venerdì scorso ho accompagnato mia madre in biblioteca e, mentre l’aspettavo alla accettazione è arrivata una ragazzina di presumibilmente 18 anni visto che parlava di esame di maturità.  La ragazza si mette a parlare con la segretaria e le fa un ampio discorso così riassumibilmente.

Dovrei preparare una tesina sui servizi sociali che QUESTO INDUSTRIALE dal nome ADRIANO OLIVETTI ha sviluppato e ha portato avanti a beneficio della sua comunità….ecc…

Non ci sarebbe stato niente di strano se non che questa ragazza abita nella città dell’INDUSTRIALE di cui sopra. Se in coda ci fosse stata qualche signora più attempata si sarebbe presa un coccolone 🙂

Conclusione: oltre alla prima generazione nativo digitale abbiamo anche la prima generazione “nativa non Olivetti” che –  credetemi – con questi chiari di luna è solo un bene.

Solo un bene perchè le industrie di tipo fordista non esistono più e, a mio parere, non esisteranno più, almeno qui da noi in Italia, ed è inutile rimpiangerle ed è bene che ci siano giovani liberi da questi condizionamenti. Del resto alzi la mano chi vorrebbe andare a lavorare alla catena di montaggio oggi come oggi? Piuttosto ennemila lavoretti precari…. ma in fabbrica no, con tutto il rispetto per gli operai che ci lavorano.

Elisa

 

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16 Risposte to “Di Olivetti e dei nativi digitali”

  1. Anonimo SQ 26 marzo 2012 a 8:57 pm #

    Da quel che ho letto, gli operai di Olivetti erano l’aristocrazia della classe operaia della meccanica di precisione: una balla ?

    Copmunque, per il mio carattere, preferirei mille volte operaio provetto alla catena della Olivetti che precario dei mille lavori saltuari.

    Anonimo SQ

  2. laProfe 27 marzo 2012 a 5:25 am #

    Ma… Io sono stata a Torino anni fa e ho parlato con l’attrice che insieme a Vacis e a un’altra ha portato in scena la vita di Olivetti. Ne parlavamo in modo ammirato, al di là della catena di montaggio eccetera. Sbagliavano?

    • laProfe 27 marzo 2012 a 5:26 am #

      Detto questo, anche a me fa impressione che una ragazza di quelle parti non sappia nulla di un certo industriale…

      • Anonimo SQ 27 marzo 2012 a 5:34 am #

        Se è per questo, prova chiedere che lavoro fanno i loro genitori: avrai risposte interessanti. Molti forse sanno dire il nome, ma non hanno la più pallida idea di cosa significhi in pratica.

        Anonimo SQ

    • sportelloutenti 27 marzo 2012 a 3:32 pm #

      Bravissima la Curino e bellissimo sia lo spettacolo su Camillo che su Adriano Olivetti, ma chiaramente molto agiografico. 🙂

      • LaVostraProf 1 aprile 2012 a 5:15 pm #

        Capito 🙂

    • musicamauro 27 marzo 2012 a 8:22 pm #

      assolutamente NO!

  3. sportelloutenti 27 marzo 2012 a 3:30 pm #

    Anonimo SQ: la fatica fisica e la concentrazione che richiede fare ennnemila volte per otto ore al giorno più straordinari “più o meno” liberi è enorme e le distrazioni possono essere fatali. La Thyssen insegna. Prova a chiedere ad una persona che non abbia scelto un istituto professionale per l’avviamento o non abbia subito cercato lavoro come operaio dopo la terza media e senti cosa ne pensano del lavoro.

    Prof: Olivetti è stato sicuramente un grande Industriale (con la I maiuscola) con idee innovative in tema di organizzazione del lavoro e che tanto ha dato alla Comunità di Ivrea e dintorni, ma ha anche creato una certa assuefazione ad essere assistiti da “mamma olivetti” dalla culla alla pensione, generando una situazione che poi si è ripercossa negativamente su una cittadina di poco più di ventimila abitanti che fa fatica a trovare strade alternative. L’ha come addormentata.

    Prof e Anonimo: mia mamma durante una lezione universitaria parlava di riforma del lavoro, articolo 18 ecc… davanti a una platea di studenti, a un certo punto ha nominato Marchionne e ha chiesto quanti di loro sapessero chi fosse e hanno risposto positivamente in tre. E lui è ancora in sella alla azienda che amministra.

  4. Anonimo SQ 27 marzo 2012 a 4:13 pm #

    …sono della città + operaia del N-E (Marghera) : dalle mie finestre si vedeva il petrolchimico e tutto il resto. Forse qui non c’erano troppe catene di montaggio, ma i turni etc ci stavano tutti. Avevamo anche le acciaierie etc.

    Resto comunque dell’idea di un lavoro che ti permetta di accumulare conoscenza e professionalità, possibilmente in un’azienda di buona tecnologia; saltabeccare da una una cosa all’altra, magari con vasti intervalli, non consente di approfondire una specializzazione, e sia legata a produzioni di scarso valore.
    In definitiva, credo che la mania della flessibilità/mobilità che ci hanno instillato i nostri (profumatamente pagati) capi sia solo il sintomo della terzomondizzazione di questo paese.
    Chiedi a un montatore della AUDI se preferirebbe fare il precario mobile…
    Se ci pensi, il caporalato del meridione è perfetto come modernità, mobilità e precariato…

    Anonimo SQ

  5. Anonimo SQ 27 marzo 2012 a 4:17 pm #

    PS: In sostanza volevo dire che le fabbriche “fordiste” non le avremo più perché questo paese si sta deindustrializzando ed impoverendo. In sostanza, produrremo sempre meno: e di cosa vivrà l’Italia, il secondo paese manifatturiero d’europa, se sta demolendo la sua manifattura ?

    Anonimo SQ

  6. musicamauro 27 marzo 2012 a 8:35 pm #

    assolutamente NO era una risposta al primo intervento della Prof
    Non è vero che non esistono più le industrie di tipo fordista (e Olivetti era una bella industria), ma sono soltanto “delocalizzate”. Il risultato? “La delocalizzazione costituisce un attacco diretto alle condizioni di lavoro e di vita di quelli che restano nel proprio paese: quando le imprese delocalizzano, assieme alla produzione scompare anche il lavoro, e in molti casi proprio il lavoro ben pagato e ragionevolmente protetto dell’industria manifatturiera”
    Lo scrive Luciano Gallino, che non era neanche un comunista di quelli della FIOM, per dire.

  7. sportelloutenti 27 marzo 2012 a 8:52 pm #

    Io non mi faccio troppe illusiooni, per me le industrie da 10 mila dipendenti in su non ci saranno più qui in Europa, o ce ne saranno poche rispetto a prima perchè hanno un basso valore aggiunto e si basano sul contenimento dei costi, costo del lavoro in primis. Non per niente si delocalizzano in paesi dove un operaio lo paghi poche centinaia di euro al mese, se è fortunato, e magari a lavorare ci mandano i bambini. Serve invece investire nell’istruzione dei giovani e nelle competenze tecniche e scientifiche per sviluppare tante aziende che sviluppino prodotti ad alto know how e quindi valore aggiunto. Sui costi non potremo mai competere con Cina, India, Brasile ecc….
    Infine noi una “industria” favolosa ce l’abbiamo e non la sappiamo far fruttare: il turismo, facciamolo fruttare capperi!

    Musicamauro a Olivetti i primi a tagliare le gambe sono stati i suoi colleghi di Confindustria che trovavano troppo scomodo un imprenditore molto diverso dalle logiche produttive degli anni cinquanta.E’ morto nel 1960 a sessant’anni.

    • Anonimo SQ 27 marzo 2012 a 9:41 pm #

      Brevemente:
      – guarda che la Germania sta in Europa : guarda che popo’ di produzione industriale fa la Germania !
      – i discorsi sull’istruzione dei giovani, il know-how etc e le “nuove industrie” li sento fare dagli ani ’70, quando ero all’università e si doveva passare alla “chimica fine” dalla petrolchimica di massa.
      La realtà è sotto gli occhi di tutti : si son preferiti gli investimenti in finanza, altro che in ricerca Oggi un dottorato di ricerca nel mio settore (chimica, ma anchje in ingegneria etc) è un fattore *sfavorevole* all’assunzione.
      E’ vero, a volte abbiamo un sindacato di merda : ma sapessi che industriali di merda….

      Anonimo SQ

  8. sportelloutenti 28 marzo 2012 a 4:24 pm #

    Infatti noi siamo indietro rispetto alla Germania, ma anche rispetto agli Stati Uniti e tanti altri, mio nipote che vuole fare ricerca seriamente – a proposito è laureato in chimica – a settembre va a fare un dottorato negli Stati Uniti. 😦

    Contentissima per lui, meno per il mio paese che sta perdendo tutte le sfide
    Sul fatto che abbiamo un sindacato di merda, sono assolutamente d’accordo con te
    Elisa

    • Anonimo SQ 28 marzo 2012 a 10:00 pm #

      Sai, un collega + anziano mi ha raccontato di quando anni fa (anni 70/80) nella mia università, si misero in testa di organizzare incontri con gli industriali per vedere se c’erano le opportunità di fare ricerca “su sponsorizzazione” delle aziende, magari su questioni di interesse comune.

      All’incontro, gli allora dirigenti del + grande gruppo chimico del paese (che mai ha avuto, salvo un caso in un breve periodo, chimici in consiglio di amministrazione) si presentano e dicono : “cari professori, a noi va bene di darvi dei soldi per fare la *Ricerca*. La *Ricerca* che a noi serve è che, con tutte le vs macchine e le vs diavolerie,facciate delle analisi e ci diciate cosa mettono i tedeschi in questa roba qua ed in questa roba qui, così poi noi possiamo riprodurla e venderla a metà prezzo e gli rubiamo il mercato”.

      Hai capito come mai da noi l’industria chimica è morta ? E capisci perché negli ultimi 20 anni NON ESISTE un prodotto italiano nuovo che abbia conquistato il mondo come, che so, la Vespa negli anni ’50 ?
      Sai chi dirige il gruppo Wolkswagen/AUDI ? Un avvocato ? Un economista, come i nostri dirigenti industriali ? No, Piech è un ingegnere, che da giovane ha lavorato e bene ai motori diesel, e conosce *tecnicamente* quello che il suo gruppo produce. E’ un caso ?
      Capisci ora perché dico che abbiamo industriali di merda ?

      Anonimo SQ

      Anonimo SQ

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