Come ti distribuisco il lavoro

2 Ott

Una mia collega di una sede mi chiama per sapere se sia solo lei a lavorare determinate pratiche o anche altre sedi si diano da fare come lei. Io resto lì per lì un po’ interdetta dalla domanda e poi ragiono che in effetti lei “produce” molto e altre sedi “latitano”…. Le rispondo “magari ne hanno meno da lavorare…” ma ho i miei dubbi in realtà
ça questione vera dopo poco salta fuori: causa spending review tra una crisi di Governo e l’altra hanno accorpato delle sedi territoriali del nostro Ente….accorpando anche gli obiettivi di lavoro da raggiungere. Tutto bene fino a quando ci sono colleghi che lavorano con la stessa lena, ma se uno si fa il mazzo e l’altro nisba, potete capire che a chi lavora rompe un po’:
1) o non raggiungere l’obiettivo di lavoro e quindi non ottenere il premio di risultato in busta paga perchè il collega dell’altra sede gemella non fa nulla
2) oppure prendere lo stesso premio in busta paga del collega fancazzista.
Il problema è che se la collega che mi stava interpellando andasse a parlare con il suo Dirigente dicendo “io mi faccio il mazzo anche al posto del/la collega ics che non fa un piffero” lo scenario che si prospetta è normalmente il seguente:

1) im prima battuta il Dirigente convoca il capo ufficio del/la fancazzista e lo/a invita a stare attento/a al lavoro da svolgere. Il capo ufficio parla con il (da noi spesso la) fancazzista che tira fuori “la mammma malata. gli acciacchi dell’età, la famiglia, ecc…”. Il capo ufficio torna dal Dirigente e dice che in pratica non sa cosa fare e ha bisogno di una mano, sennò salta anche il suo premio di risultato in busta paga.
2) Arriva la fine dell’anno, gli obiettivi languono e anche il premio in bustapaga dello stesso Dirigente che cuba molto più del mio e di quello di altre dieci colleghe/i in media messe insieme
3) il Dirigente chiama la collega che-si-fa-il-mazzo e le dice: “già che tu sei tanto brava e organizzata da lavorare in tempo tutte le tue pratiche, ti abilito perchè tu possa lavorare da remoto anche le pratiche della collega fancazzista che, poverina, ha-la-mamma-malata-è malata-la famiglia….

…credetemi che conoscendo la mia collega sbraiterà per un paio di giorni ma poi si farà il mazzo per due perchè ha la coscienza che dietro quelle pratiche ci sono persone che hanno bisogno….

Lo so perchè ci casco sempre e puntualmente anche io 😦
Elisa

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7 Risposte to “Come ti distribuisco il lavoro”

  1. LaVostraProf 2 ottobre 2013 a 7:47 pm #

    È una storia lunga ma sta succedendo lo stesso da noi…

  2. Dalle8alle5 3 ottobre 2013 a 6:44 am #

    Questo è il motivo per cui già in quinta elementare mi sono rifiutata di lavorare in gruppo.
    Come te, e la tua collega, di solito tiravo io il carretto per tutti.
    Dico tiravo perché poi, a trent’anni, ho smesso di farlo anche in ufficio.
    Vero che da noi non c’era premio per obiettivi congiunti, ma se ci fosse anche stato avrei smesso lo stesso.
    E poi l’azienda era privata, quindi non lasciavo a piedi persone bisognose.

  3. Shunrei 3 ottobre 2013 a 12:02 pm #

    Magari suona brutto, ma dopo il mio primo lavoro (ovvio: è il tuo primo impiego e ci tieni a far bella figura!) il mio motto è diventato: “Lavora al 75% delle tue capacità, che almeno la volta che c’è veramente da rimboccarsi le maniche hai ancora il margine per non dar di matto”.
    Che non significa non fare il proprio lavoro: significa nella maggior parte dei casi fare il proprio lavoro, bene e puntuali… ma stop. Che di solito è già sufficiente per trovarsi lo stesso addosso – in caso d’emergenza, ma almeno qui entra in gioco il 25% “di riserva” – la parte di lavoro di quelli che se ne fregano.
    Questo perchè dal primo lavoro avevo capito che a rendere sempre il 100% (dai il dito), la parte di lavoro non fatta dai fancazzisti te la attiri addosso automaticamente e costantemente (ti si pigliano il braccio fino alla scapola)…

  4. anonimo SQ 3 ottobre 2013 a 8:34 pm #

    Quoto Shunrei assolutamente.
    Ci sono stati anni nei quali, passati da 75 a 100 con sforzo straordinario, è poi diventato normale il 100, col 125 da dare in fase di sforzo, che poi il 125 è diventata la prestazione base, col 150 da dare in fase di sforzo etc etc.
    Ora, o non arrivi ai 55 (anni) o spezzi ‘sta cosa. O finisci come me, a 57 già spompato e stufo, con gli anni + difficili da passare prima della pensione.

    Anonimo SQ

    • katherine 3 ottobre 2013 a 8:40 pm #

      Già…succede dappertutto. A chi è pelandrone nessuno chiede niente, tanto si sa che non lo fa, a chi sgobba invece si chiede tantissimo, tanto si sa che ce la metterà tutta per farlo.

  5. sportelloutenti 4 ottobre 2013 a 10:46 am #

    Il ragionamento di Shunrei e di Anonimo non fa una grinza, e ogni inizio anno lavorativo mi dico “basta lavorare al 100%, tanto anche al 75% farei molto di più di tanti molti miei colleghi e i capi manco se ne accorgerebbero”….Ma poi arriva sempre l’emergenza a fot…ti. E’ il tipo di lavoro che faccio che mi frega in partenza.

    Dalle8alle5 anche io ho lavorato nel privato, ma in proprio e quindi sono sin dall’inizio abituata a dare il massimo per non perdere il cliente e acquisirne di nuovi, Il salto nel Pubblico è stato uno shock, a tante cose non mi sono abituata ancora adesso. Una di queste il Dirigente che non dico dirti grazie, ma nemmeno essere incazzato perchè gli crei un problema nella gestione del personale.

    Anonimo SQ: questo discorso me lo fece il primo giorno di lavoro nel mio Ente, o giù di lì, un mio collega, penso il più fancazzista che abbia conosciuto fino ad ora, per giustificare il suo fancazzismo (oltre a non fare nulla quando è in ufficio è pure delegato sindacale e tra permessi e assemblee non lo vedi mai). Non potevo crederci, pensavo tra di me “saranno mica tutti così sti dirigenti”. Quelli che “non sono così” normalmente appena possono se ne vanno via. Io ho una decina di anni di meno e se penso che probabilmente devo resistere fino a 70 anni…finisce che incomincio col “fumo” 😦

    Kathe: esatto, il termine giusto è “pelandrone” e anche “stronzo”

    Elisa

  6. sherazade 8 ottobre 2013 a 8:34 am #

    Mi rendo conto della difficoltà della suddivisione del lavoro.
    Per mia fortuna io sono sempre stata ‘capo’ e ‘sottoposta’ di me stessa e sul mio lavoro un unico supervisore. Il lavoro è triplamente pesante ma almeno sai dove arrivi e con le tue sole forze.
    sheramoltasolidarietà

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